Nel 1915 scoppiò la grande guerra; quando il Piave divenne la linea
più avanzata, il pericolo fu immediato e costante: "In questo tempo
di guerra e di terrore, scrisse Bertilla nel suo solito quadernetto,
io pronuncio il mio "Ecce, venio!". Eccomi, Signore, per fare la tua
volontà, sotto qualunque aspetto si presenti, di vita, di morte, di
terrore".Può sembrare una pia preghiera da suora. Era la scelta
silenziosa ed eroica, ogni volta che i bombardamenti martellavano la
città e tutti si precipitavano nei rifugi, di restare accanto ai
letti dei malati intrasportabili a pregare e a distribuire
bicchierini di marsala a quelli che svenivano dallo
spavento.Diventava pallida, terrorizzata com'era forse più ancora
degli altri, ma restava. "Non ha paura, suor Bertilla?"le chiedeva
la superiora. "Non stia in pensiero, Madre, rispondeva, il Signore
mi da tanta forza che la paura non la sento neppure". E così la
mandarono al Lazzaretto (una dipendenza dell'ospedale), situato
vicino allo snodo ferroviario, quello più preso di mira dalle
incursioni aeree, a sostituire una suora che non reggeva allo
spavento: "Non pensi a me, Madre, diceva alla responsabile che si
sentiva un po' in colpa chiedendole questo sacrificio, mi basta di
poter essere utile...". Nel 1917, dopo l'invasione del Friuli,
l'ospedale dovette essere evacuato e i malati furono ripartiti in
tre gruppi. Suor Bertilla partì con duecento ricoverati verso la
Brianza e le affidarono gli ammalati di tifo. Poi, all'inizio del
1918 la mandarono in provincia di Como in un sanatorio per militari
tubercolotici, e vi restò un anno. Raccontare come ella visse una
tale
Via Crucis, vorrebbe dire ripetersi; perché la santità
di questa donna umile consistette proprio nella continuità, mai
interrotta, di parole, gesti, atteggiamenti, decisioni che andavano
sempre nella stessa direzione, con quella quotidiana fedeltà a tutta
prova che è il miracolo più grande cui possiamo assistere su questa
terra.
Già in quello stesso anno un tenente cappellano, tornato a casa
guarito, sentì il dovere di scrivere una lettera alla Superiora
generale, per ringraziare "per il bene che le sue Figlie operano
in quella casa di pena…Fra tutte, scrisse, si distingue Suor
Bertilla. Raccontò un episodio che ci fa capire, quale fosse la
carità che lo meravigliava. "La crippe o spagnola aveva toccato
il nostro ospedale; a decine erano le vittime del male
epidemico, molti soccombettero. La febbre, da cui quasi tutti
eravamo affetti, saliva a proporzioni spaventose. Si dormiva con
le finestre aperte per disposizioni sanatoriali, e a temperare
il freddo della notte ci si concedeva l'uso della borsa di acqua
calda. Avvenne che una tarda sera di ottobre, per un guasto alla
caldaia dell'acqua, è mancato quel piccolo riscaldamento. Non so
dire il pandemonio avvenuto in quell'ora. A stento il
vicedirettore tentò di sedare il tumulto, cercando di far
convinti i soldati che, per forza maggiore, non era possibile
preparare per tutti i malati l'acqua desiderata; d'altra parte
gli uomini di servizio in cucina avevano diritto di riposarsi!".
Ma quale fu la meraviglia di tutti quando, a tardissima notte,
videro una piccola suora che girava per i letti, consegnando a
ognuno la desiderata borsa d'acqua calda: "Aveva avuto la
pazienza di scaldarla in piccole pentole, ad un fuoco
improvvisato in mezzo al cortile... Al mattino seguente tutti
parlavano di quella suora che aveva ripreso il suo ufficio senza
aver riposato…".
Ritornò a Treviso e sempre la stessa bontà, la stessa
umiltà, la stessa pace e lo stesso inesorabile impulso a
donarsi, nonostante un tumore le divori da tempo le viscere.
Ne è stata operata a vent'anni, ma il male non si è fermato.
E d'altra parte lei si trascura, anche per un malinteso,
invincibile senso di pudore.
Il 16 ottobre 1922 fu a tutti evidente che non si
reggeva più in piedi. A mezzogiorno la fecero visitare:
il chirurgo decise di operare con urgenza, già il giorno
dopo. Era stata sulla breccia fino alle ultime ore.
Asportarono il tumore che ormai aveva invaso la cavità
addominale, ma fu subito chiaro che non ce l'avrebbe
fatta. Si sparse per l'ospedale la voce che suor
Bertilla se ne moriva nella sua stanzetta e fu subito un
accorrere di primari, medici, infermieri.Qualcuno
piangeva a vederla soffrire con tanta mitezza e lei
cercava di consolarli: "Non dovete piangere. Se vogliamo
vedere Gesù, bisogna morire. Io sono contenta".Il dottor
Zuccardi Merli l'osservava morire e si sentiva
cambiate il cuore: "Posso affermare, testimoniò, che
l'alba della mia modificazione spirituale è data dalla
visione che ebbi di Suor Bertilla mentre stava per
morire. Per lei infatti, alla quale baciai la mano poco
prima che spirasse, il morire fu gioia visibilissima a
tutti. Morì così come nessun altro io vidi morire, come
chi è già in uno stato migliore di vita... Oppressa da
un male dolorosissimo, dissanguata, sicura di dover
morire, in quello stato in cui ordinariamente il malato
si aggrappa al medico e chiede: 'salvami', udirla
pronunciare con un sorriso quale io non so descrivere:
'Siate contente, sorelle, io vado presso il mio Dio', fu
cosa... che mi suggerì una specie di autocritica e che
ora riguardo come il primo miracolo di Suor Bertilla. Io
dissi infatti tra me: 'Questa creatura è come fuori di
noi, pur essendo viva. C'è in lei una parte materiale,
quella che resta tra noi, che ringrazia, che conforta i
circostanti; ma c'è anche una parte spirituale al di
fuori, al di sopra di noi, ben più evidente e dominante:
la parte spirituale che già gode di quella felicità che
fu il sospiro della sua vita…".
A una consorella che l'interrogava sulla sua "vita
spirituale" aveva risposto: "Io non so cosa sia
'gustare il Signore'. Mi basta essere buona a lavare
i piatti e a offrire a Dio il mio lavoro. Di vita
spirituale io non me ne intendo... La mia è 'la
via dei carri'".
Lei si sentiva sempre la contadina abituata alle
strade dei campi, quelle che portano al lavoro, e
sulle quali si procede alla buona, senza pretese di
eleganza e senza distrazioni.Ma questa contadina
sapeva scrivere, nel suo italiano pieno di errori
d'ortografia, parole piene di nobiltà e di
purezza:"Io e Dio solo, raccoglimento interno ed
esterno, preghiera continua, questa è l'aria che
respiro; lavoro continuo, assiduo, però con
calma e in buon ordine. Io sono essere di Dio, Dio
mi ha creata e mi conserva, ragione vuole ch'io sia
tutta sua. Io cerco la felicità, ma la felicità
vera la trovo solo in Dio... Devo fare la
volontà di Gesù senza cercare nessuna cosa, senza
volere niente, con allegrezza, con ilarità...
Supplicare Gesù che mi aiuti a vincere me stessa, a
capire quello che è bene e quello che è male, che mi
aiuti e mi ispiri a fare ad ogni costo la Sua santa
volontà, senza cercare proprio altro…". Pio XII,
quando la proclamò beata nel 1952, disse: "È un
modello che non sgomenta... Nella sua umiltà ella ha
definito la sua strada come 'la via dei carri',
la più comune, quella del Catechismo".